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sabato 10 maggio 2014

La recensione di Infinite Jest che Dave Eggers non vuole che leggiate.

David Foster Wallace

Di Infinite Jest, romanzo dello scrittore americano David Foster Wallace, è stato detto di tutto e di più. Dall'incredibile lunghezza alla complessità della trama è stato speso un fiume di parole per descriverlo, recensirlo, applaudirlo, deriderlo - vedi Bret Easton Ellis - o semplicemente amarlo ed odiarlo. La storia di oggi riguarda indirettamente Wallace, attraverso lo scrittore americano Dave Eggers, tra l'altro suo amico, che in varie occasioni ha testimoniato l'affetto e la stima che lo legava all'autore scomparso. Lo stesso Eggers ha firmato la prefazione alla nuova edizione del romanzo edita nel 2006 negli Stati Uniti, spendendo parole lusinghiere verso l'amico-mentore. Ciò che è più oscuro e meno risaputo è il fatto che Dave Eggers aveva già recensito il romanzo di Wallace per il San Francisco Chronicle, all'epoca dell'uscita (1996), definendolo, tra le altre cose, come:
"Oltre a perdersi in superflui e selvaggi voli tangenziali di diarrea lessicale, il libro soffre sotto il peso della propria incredibile lunghezza."
Chi ha letto la sua  prefazione ad Infinite Jest , nella quale la lunghezza del libro viene citata come un pregio e in generale il tono è di positiva ammirazione, storcerà probabilmente il naso leggendo quanto segue. Il punto non è tanto l'evidente cambio di rotta nel giudizio, quanto il fatto che Eggers abbia, a quanto pare, tentato di nascondere quest'articolo, che a parte brevi stralci, non era disponibile online. Il sito edrants.com lo ha scovato e riproposto nella sua interezza, con tanto di foto del giornale cartaceo.
Io ve lo riporto, tradotto in italiano.

L'AMERICA NEL 2010: TUTTI DIPENDONO DA QUALCOSA
Un Romanzo che dipinge un clima culturale d'evasione in cui ognuno vuole morire di piacere. 
INFINITE JEST
di David Foster Wallace
Little, Brown; 1,087 pagine; $29.95
RECENSIONE DI DAVE EGGERS 
E' un' America post-millennio, un po' di tempo dopo il mandato presidenziale di Jack Kemp e Rush Limbaugh. Bambini giganti deformi e branchi di criceti selvaggi vagano per il paesaggio maledetto della Grande Concavità, un gigante e tossico ricettacolo di rifiuti che ricopre gran parte di ciò che prima erano il Maine, il New Hampshire e il nord dello Stato di New York. 
I rapporti tra Stati Uniti e Canada sono tesi (a causa delle piogge radioattive dirette a Nord e provenienti dalla Concavità) e un bizzarro gruppo di abitanti del Quebec, ridotti sulla sedia a rotelle, sta pianificando un imponente attacco terroristico contro la popolazione degli Stati Uniti, cullata dai divertimenti e confusa dalle droghe.  
Gli ammanchi nel budget federale hanno reso necessaria la privatizzazione di molte istituzioni precedentemente ritenute sacre. La Statua della Libertà è disponibile solo in occasione di pubblicità irripetibili, per il giusto prezzo, e il governo sta vendendo i diritti commerciali del tempo. L'anno è il 2010, ma è meglio conosciuto, in quest'era dal tempo sovvenzionato, come l'Anno del Pannolone Depend. (Il 2005 era l'anno della Saponetta Dove versione di prova.) 
Questo è lo scenario provocatorio del brillante, grasso e frustrante secondo romanzo di David Foster Wallace, "Infinite Jest". Non è un romanzo fantascientifico. Nonostante sia ambientato su di un epico sfondo di tossicità ambientale e insinuazione aziendale, nella sua essenza il libro è un'intima e tetra descrizione dell'umana caduta, causata da un popolo con scarsa forza di volontà, interessato solo a ricavare piacere. Esplorando le vite di persone schiave di TV, droghe, alcol e dipendenze emozionali, Wallace dipinge un ritratto, un personaggio alla volta, del declino di una cultura paralizzata dal desiderio di evadere e dalla volontà di morire nella ricerca della felicità. 
Come il suo precedente romanzo, "La Scopa del Sistema", "Infinite Jest", ruota attorno a una peculiare e brillante famiglia. Gli Incandenza sono i proprietari della, molto snob, Accademia di Tennis Enfield, un mix tra fabbrica di atleti e liceo d'élite. Jim Incandenza, fondatore dell'Accademia e patriarca della famiglia, eccentrico e gran bevitore, si è recentemente ucciso infilando la testa in un microonde, non essendo riuscito ad affermarsi come regista. 
I suoi tre figli - Orin, acclamato punter per una squadra professionista di football; Mario, che ha un difetto di nascita e un cuore d'oro; e Hal, genio della linguistica e tennista inserito nel ranking nazionale giovanile - combattono per fare i conti con il vuoto e l'eredità lasciata dal proprio padre. Avril, la vedova di Jim, sta frequentando un diciassettenne. Orin ha l'incontrollabile vizio di sedurre e abbandonare donne sposate. Hal, svogliato e sempre più riservato, è fortemente dipendente dalla marijuana. 
Ma gli Incandenza sono i più normali tra il corteo di personaggi fisicamente e psicologicamente menomati che Wallace presenta. Giù dalla collina dell'Accademia c'è l'Ennet House, una casa di riabilitazione per tossici in cura. Lì risiede un serraglio di persone che provano a ricominciare: Don Gately, ex detenuto e bevitore di vodka dall'età di dieci anni che ha intrapreso il cammino degli Alcolisti Anonimi; Joelle van Dyne, attrice in molti degli oscuri film di Jim Incandenza che ha recentemente provato a uccidersi inalando cocaina; e Randy Lenz, dipendente dalla coca a cui piace dar fuoco ai gatti. In stupendi e brutali dettagli Wallace mostra come questi personaggi provano a calmare, attraverso una sostanza o l'altra, le ferite delle rispettive orribili infanzie. 
Nel frattempo i terroristi canadesi, con i loro piani per ridurre gli Stati Uniti in ginocchio, stanno cercando di rintracciare una misteriosa e letale videocassetta, così divertente, che si dice renda per sempre catatonico chi la guarda. La sua origine è alla fine fatta risalire a Jim Incandenza, e tutti quelli vicino a lui, diventano soggetti d'indagine e inseguimento. Mentre le numerose linee narrative si fondono, i ribelli si avvicinano a quello che sperano diventi l'equivalente cinematico della bomba a neutroni. 
Ma il libro riguarda più di qualunque altra cosa David Foster Wallace stesso. E' un romanzo stravagante ed indulgente con se stesso e, pagina dopo pagina, è spesso difficile da governare. Le frasi scorrono per 800 parole. I capoversi sono rari. Oltre ad essere incredibilmente verboso, Wallace ha un'estenuante predilezione per espressioni gergali, nomignoli e riferimenti oscuri, in particolare per cose altamente tecniche, mediche o relative alle droghe. 
Quando le persone parlano si "interfacciano". Quando pensano molto, "distruggono la propria RAM." Cose come partite di tennis e problemi matematici sono descritti in dettagli strazianti. Ha un modo di fare schizzinoso con gli aggettivi e con gli avverbi, mentre alcuni - come ad esempio “terrificante”* e che è usato un po' troppo spesso - danno un'impressione di disingenuità che rende scialbo il racconto intorno a loro. 
Oltre a perdersi in superflui e selvaggi voli tangenziali di diarrea lessicale, il libro soffre sotto il peso della propria incredibile lunghezza. (Questo include le 96 pagine di note, solo sporadicamente utili, con una che da sola tocca quota 17.) Arrivati a quasi 1.100 pagine, l'impressione è di averne lette 3.000. 
Ma, se riuscite a venire a patti con il suo denso ed elaborato stile, le ricompense sono spesso eccezionali. Non c'è alcun dubbio che il talento di Wallace sia immenso e la sua immaginazione senza limiti. Quando indietreggia per dare alla narrazione un po' di spazio per respirare, emerge come uno scrittore innovativo, sensibile ed intelligente. In particolare, mentre abita le menti torturate e in procinto di annegare dei drogati, è devastante. Troppo spesso, comunque, "Infinite Jest" cede al peso dei propri eccessi. 
Sembra comunque che Wallace si aspettasse questo tipo di critica. C'è molto dell'autore nel film maker frustrato Jim Incandenza, che aveva veramente poco interesse nel raccontare una storia, preferendo invece sperimentare con lenti fatte a mano ed effetti di luce innovativi. Jim disdegnava la narrativa mediocre e parodiava i generi stabiliti; teneva il proprio pubblico in completo dispregio, rifiutando di assecondare  i loro bisogni di divertimento facilmente assaporabile. Alla fine si è arreso, dando vita a quello che riteneva l'intrattenimento perfetto. Poi si è ucciso. 
“Infinite Jest” si conclude bruscamente, lasciando lo stesso numero di domande senza risposta di quelle che lascia il suicidio di Jim. Come il suo alter ego con i film sperimentali, il libro sembra un esercizio di cosa un'artista dotato possa produrre senza l'ostacolo di un editor. Di conseguenza, è anche un esercizio nel sapere se un certo tipo di lavoro può interessare un lettore per più di 1.000 pagine e trovare così pubblico al di fuori delle accademie. La sfida di Wallace si trova nell'azzeccato titolo del libro: è uno scherzo infinito su qualcuno.
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David Eggers è un editor di Might Magazine (San Francisco).


*(ghastly)

via 

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