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venerdì 16 maggio 2014

Diario di un viaggio strano

via

Mi sveglio con un viaggio da fare, con un peso da portare; non è il massimo come incipit, ma capitemi: ho solo quattro ore di sonno, anche malandato. Mentre mi fisso nel vetro del treno sfila un individuo con profumi e foulard svolazzanti; capello che sa di piastra e passo convinto. Mi interrogo sulla sua voglia di vivere, questa mattina, nell'acconciarsi così i capelli. Un altro mi guarda dubbioso mentre mi vede scrivere; forse mi crede pazzo. Ha ragione perché poco prima mi ha visto correre, armi e bagagli, verso la coda del treno; sprezzante. Un gruppo di signore gioiose, sorde e razziste mi ha tanto rallegrato la giornata da spingermi a cambiare posto in preda ad una crisi isterica; fumante. Il tipo dei foulard a fiori  torna ed indugia per farsi guardare. Forse vuole quello.
La gente oggi è decisamente strana; mattino grigio di pioggia.
Una ragazza piuttosto voluminosa passa a stento dalla porta scorrevole alla mia sinistra, in agile leggings fiorato. Oggi giornata floreale; o forse H&M e i cinesi si sono accordati per le fantasie delle collezioni estive. Il treno sobbalza e, fissare questo foglio, mi fa vedere tutto il verde ai lati del mio campo visivo, un verde chimico da giornata strana, un verde pisello stitico. Ed il cielo è grigiazzurro venato in lunghe forme mostruose; ed il verde è bello e regale, ma asfissiante e pallido e umido. Umido come la pioggia che abbiamo dentro, in questa giornata strana. La gente cerca novità al telefono per sopportare il tedio di un'ora con la propria coscienza.
Scrivo in maniera storta e sgradevole e la cosa mi disturba. La gente dice: "Non fa nienzi" e la cosa è disgustosa, con il cielo grigio e la puzza di questo treno; l'ansia che incombe in una nube di disinfettante. Il treno si agita come un Godzilla morente, una carcassa lenta in movimento; oscilla e mi sta venendo un certo rigurgito. Forse smetto. Forse no. L'ultima cosa. Sono scappato dalle signore perché parlavano di suicidi. A Monopoli il quattro Aprile una ragazzina di sedici anni si è fatta spiaccicare dal treno. Sembra cruento e lo è. La signora diceva che c'erano pezzetti di adolescente ovunque e che non si capiva se fosse maschio o femmina. Lei era la narratrice del gruppo, quella che ha un aneddoto per ogni argomento. Qui il grano è maturo, un campo giallo in un mare verde. Una cosa gialla dove tutto è disgustosamente uguale. L'altra signora, quella sorda, sostiene con un accento fastidioso di provenire da qualche posto. Urlare è il suo mestiere. Questo è brutto da dire, lo so, ma i fiori di campo sono belli: ce ne sono anche viola con le spine, accanto ai papaveri schifosamente rossi- come il sangue sui finestrini del treno e i pezzetti rossi di bambina sulle rotaie. L'hanno identificata da qualcosa nello zaino, non so cosa perché le signore non hanno un grande eloquio; solo una gran voglia di dare fastidio. Una si lamenta della depressione giovanile, l'altra non sa cosa fare con la figlia; e i papaveri si muovono al vento increspati dal sangue e dallo sdegno.
Niente ha senso.

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