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venerdì 23 maggio 2014

Alain de Botton: Come eliminare l'ansia da successo e la paura di fallire

Daniel Berehulak

Ritornando al discorso dell'ansia di realizzarsi, dell'avere uno scopo nella vita e dell'ansia di giudicare che, spesso, inconsapevolmente ci opprime, oggi parliamo, prendendo spunto da Alain de Botton, di una delle ansie più radicate nella nostra generazione, ovvero l'ansia da successo. Il filosofo svizzero è una voce autorevole in questo campo, con la sua School of Life, e in particolare con il libro Status Anxiety che tratta dell'ansia come stato universale, dal come gli altri ci percepiscono al concetto di ansia da successo e fallimento.

E' facile vedere la dicotomia che esiste al giorno d'oggi, in una specie di ottica manichea, tra la percezione di successo e fallimento. Per come siamo circondati da storie e racconti che enfatizzano questi due aspetti. Pensate ai giornali e agli articoli che vediamo di norma in prima pagina: il prodotto X dell'azienda Y è stato un successo commerciale; il tal politico è stato arrestato, la sua vita desta scandalo; la tal squadra ha vinto; l'altra è stata eliminata. Questi valori che ci vengono trasmessi ogni giorno inconsciamente iniziano a far parte di noi e del modo in cui vediamo le cose. Giudichiamo le persone in base a ciò che fanno nella vita, in base al loro reddito, in base al successo lavorativo che dimostrano. E giudichiamo noi stessi in base agli stessi parametri. Chi ha successo è un dio, chi fallisce non è degno che di ricevere insulti. Il criticismo che sviluppiamo, e che crea ansia da prestazione verso noi stessi, dipende da vari aspetti; De Botton sostiene che uno dei principali sia lo snobismo, inteso come:
Snob è chiunque prenda una piccola parte di te e la usi per formarsi una visione completa di chi sei. Questo è lo snobismo.
Con la famosa "job snobbery" che è di gran lunga la più diffusa tra le tante varianti dello snobismo:
Per molti esiste una stretta correlazione tra quanto tempo, considerazione, e se volete, amore, non amore romantico, ma amore in generale e rispetto, sono disposti a concederci e la nostra posizione sulla scala sociale.
Secondo De Botton quello che cerchiamo in questo tipo di società è il riconoscimento: ovvero l'essere importanti per qualcuno, l'essere benvoluti e cercati. E spesso questo tipo di ricompensa è legata allo status sociale che ricopriamo, a quanto possediamo, a cosa possediamo, a che lavoro svolgiamo. E il nostro prestigio è legato direttamente alle cose. Pertanto, quando si descrive la nostra società come una società avida e materialista, il punto sta principalmente nel fatto che attraverso questi oggetti noi ricerchiamo uno status, uno status di prestigio agli occhi degli altri. Non ricerchiamo gli oggetti, ma il loro possesso come fonte di riconoscimento.

Stanley Donwood; Artwork for The King of Limbs (Radiohead)

E da qui si arriva facilmente al secondo problema che è l'invidia:
L'invidia, parlare di invidia è un grande tabù, ma se c'è un'emozione che domina la società moderna, quella è l'invidia. Ed è legata allo spirito di uguaglianza. Mi spiego. Penso che sarebbe molto strano per i presenti, o per chi ci guarda,essere invidiosi della Regina d'Inghilterra. Anche se lei è molto più ricca di ciascuno di voi. E ha una casa molto grande. La ragione per cui non l'invidiamo è perchè è troppo strana. È semplicemente troppo diversa. Non possiamo relazionarci con lei. Parla in modo buffo. Proviene da un posto strano. Quando non ti puoi relazionare con qualcuno, non lo invidi.
In sostanza non ci riesce di invidiare la Regina d'Inghilterra, perché Elisabetta II è troppo distante e diversa da noi, non possiamo rapportarci a lei come ad un nostro pari, perché ha veramente poco in comune con noi. E' più facile invidiare qualcuno che veste in jeans e ha un' aria affabile e alla mano, ad esempio Bill Gates:
Oggi, è probabilmente tanto improbabile diventare ricchi e famosi come Bill Gates, quanto era improbabile nel 17-esimo secolo accedere ai ranghi dell'aristocrazia francese. Ma il punto è che non ci sembra improbabile. Ci viene fatto credere, dai giornali e altri media, che se hai energia, qualche bella idea sulla tecnologia e un garage, puoi creare qualcosa di grandioso.
Ci viene fatto credere che possiamo fare qualunque cosa, e in definitiva, potrebbe anche essere vero. Questo però è direttamente collegato all'insorgere della bassa autostima. E se anche provando non ci riesco? Cosa succede?
Da qui è facile introdurre il terzo problema, che è un concetto che ci viene sempre presentato come la panacea di tutti i mali, ovvero la meritocrazia. De Botton sembra credere nella meritocrazia, ma avverte:
Una società meritocratica è una società in cui se hai talento, energia, capacità arrivi in cima. Niente ti dovrebbe trattenere. È una bellissima idea. Il problema è: se credi veramente in una società dove quelli che meritano di arrivare in cima ci arrivano, implicitamente e in un modo molto più spiacevole, credi in una società in cui quelli che meritano di toccare il fondo toccano il fondo e lì restano. In altre parole, la tua posizione nella vita non sembra più accidentale, ma meritata e guadagnata. E questo rende i fallimenti molto più devastanti.
In una società meritocratica al 100% chi ha di meno, non necessariamente per sua colpa, sarà sempre ritenuto meritevole di avere meno. Quindi i "perdenti" non hanno nessuna possibile scusante. E il fatto di prendersi la completa responsabilità della propria esistenza ha sì vantaggi in termini di soddisfazione personale, ma anche svantaggi:
È bellissimo quando ti va bene, ma altrimenti è devastante. Nei casi peggiori, come spiega l'analisi di un sociologo come Emil Durkheim, porta ad aumentati tassi di suicidio. Avvengono più suicidi nei paesi individualistici sviluppati che in ogni altra parte del mondo. E una delle ragioni è che le persone prendono quello che succede loro in modo estremamente personale. Sono gli artefici del loro successo. Ma anche del loro fallimento.
Daniel Berehulak

A questo punto quali sono le buone notizie? Ciò da cui partire per risolvere questi problemi?

Secondo de Botton, sarà quasi impossibile riuscire nell'impresa di costruire una società completamente meritocratica, in cui tutti sono schedati in base al proprio merito, ai propri punteggi. Perché esistono troppe incidenze, malattie, devianze, casualità di nascita, errori ed imprevisti che continuano e continueranno a verificarsi. E il punto secondo il filosofo svizzero è che quindi dobbiamo essere in grado di non giudicare gli altri in base alle apparenze e al lavoro che svolgono, perché quello, in alcuni casi, non è tutto ciò di cui sono in grado:
In altre parole, trattieniti dal giudicare gli altri. Non puoi mai sapere quale sia il vero valore di qualcuno. È una parte nascosta di ciascuno di noi. E non dovremmo comportarci come se la conoscessimo. C'è un'altra fonte di conforto per tutto questo. Quando riflettiamo sul fallire nella vita, quando pensiamo al fallimento, una delle ragioni per cui temiamo di fallire non è soltanto la perdita di ricchezza o di status. Ciò che temiamo è il giudizio e la derisione degli altri. Che esiste.
Le idee di fallimento e di successo che ci siamo creati derivano dai problemi sopra descritti e influenzano la percezione che abbiamo di noi stessi. Ma se non fosse così? Se l'idea di successo non fosse semplicemente possedere di più e trovarsi più in alto sulla scala sociale? Se l'idea di successo fosse personale ed univoca, tale che ognuno debba decidere cosa rappresenta per lui il successo?
In questi termini, ognuno deve decidere qual è la propria nozione di successo. E qui mi rivolgo a voi: cos'è il vero successo? Cos'è che nella vostra vita vi farebbe sentire davvero realizzati?

E richiamando Thoreau che diceva: “If the day and the night are such that you greet them with joy, and life emits a fragrance like flowers and sweet-scented herbs, is more elastic, more starry, more immortal — that is your success”, De Botton suggerisce di:
Quindi ciò che desidero sostenere non è che dobbiamo rinunciare alle nostre idee di successo. Ma che dobbiamo essere certi che siano nostre. Dovremmo concentrarsi sulle nostre idee. Ed essere sicuri che sono nostre, che siamo i veri autori delle nostre ambizioni. È già abbastanza brutto non ottenere ciò che vuoi. Ma è ancora peggio avere un'idea su cosa desideri e scoprire alla fine del percorso che, in realtà, non è ciò che hai sempre voluto.
Voglio terminare così. Ma ciò che realmente voglio ribadire con tutti i mezzi è: sì al successo. Ma accettiamo che alcune nostre idee sono strane. Esaminiamo la nostra nozione di successo.Sinceriamoci che le nostre idee di successo siano davvero nostre.

via  

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