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giovedì 15 maggio 2014

3 consigli per esprimersi meglio, da David Foster Wallace


Questo post si basa in parte su di un colloquio che Bryan Garner, avvocato e lessicografo americano, ebbe con David Foster Wallace nel febbraio 2006. (L'estratto è comparso sull’ABA Journal, una rivista specializzata in campo giuridico, tradotto da Marianna Silvano). In essa, lo scrittore americano dimostra svariate conoscenze di lessicografia ed uso della lingua, ricollegandosi alla propria esperienza di insegnante di scrittura creativa al Pomona College della California State University.
Da questa intervista si possono trarre tre brevi lezioni di scrittura da un grande maestro contemporaneo: ovvero, un elogio della stile semplice, un elogio della sincerità e dei bei consigli per chi vorrebbe scrivere un saggio e non sa come fare.


1. CATTIVI SCRITTORI COME BUONI LETTORI 

Il primo riguarda l'eccessivo utilizzo del gergo tecnico e la volontà di strafare per paura di non dimostrare eccessivo ingegno e talento. Un consiglio che richiama quelli di Schopenhauer ed Hemingway sull'argomento. Wallace elogia la concisione e la semplicità dello stile, necessario per spiegare a qualunque tipo di pubblico ciò che si vuole dire.
Garner: Molti avvocati mi dicono di dover scrivere per giudici che non hanno grandi doti nella scrittura, che scrivono un gran numero di rapporti pieni di termini specialistici, cosicché questi avvocati credono che la tecnica più espressiva sia di mimare lo stile dei giudici per i quali stanno scrivendo. Cosa ne pensi? 
Wallace: Credo possa essere molto intricato. La stessa cosa succede nel mondo universitario. Quando gli studenti cominciano a seguire i miei corsi, molto spesso mi ritrovo a doverli ripulire delle abitudini per cui venivano premiati alle scuole superiori, molte delle quali hanno a che fare - soprattutto nella critica letteraria - con eccessive astrazioni, verbosità, sovracomplicazioni, eccessivo affidamento nel gergo della disciplina. 
Ma questo diventa un problema veramente intricato nel momento in cui mi fanno notare che altri professori del dipartimento sembrano addirittura pretendere questo tipo di scrittura. È il tipo di prosa in cui i loro programmi e le comunicazioni del corso sono scritti. Per questo, in un certo qual modo, è complicato. Quello che dico ai miei studenti è: “Detto fra noi, persone diverse hanno livelli diversi di bravura nella scrittura”. 

2. GERGO D’APPARTENENZA

La povertà lessicale è spesso una volontà di uniformarsi alla categoria universitaria a cui si appartiene, o al gruppo sociale che si sta frequentando, mentre spesso il cattivo stile deriva dall'insicurezza di chi scrive. Garner chiede:
G: Perché tanti professori di lingua inglese hanno uno stile di scrittura così povero? 
W: Gran parte della scrittura accademica (e credo una buona parte di quella giuridica, medica e scientifica) è fatta da… [pausa] Bene, come dirlo?

Il modo più semplice per spiegarlo, penso, è questo: scrivere, come del resto ogni forma di comunicazione, è complicato. Mentre scrivi un documento per altri professionisti come te, stai trasmettendo un grande numero di messaggi diversi. Alcuni su ciò che stai discutendo, altri su di te [..]

C’è una sorta di giustificazione insulsa secondo la quale molte delle persone che hanno un PhD sono stupide; e come molte persone stupide, associano la complessità alla perspicacia. Quindi subiscono un lavaggio di cervello affinché i loro scritti siano più complicati di quanto non abbiano bisogno di essere.

Penso che la cosa più intelligente da dire sia che in molti gruppi dalla mentalità chiusa e gretta in cui l’appartenenza è solo in parte basata sull’intelligenza, sulla competenza e sulla capacità di parlare il linguaggio della disciplina stessa – gli scritti si riducono per lo più a mostrare i propri titoli per essere inclusi nel gruppo stesso, piuttosto che trasmettere un significato. Ed ecco che in discipline di tipo accademico – oppure ho letto della prosa giuridica davvero buona, ma quando è proprio orribile (per esempio il codice sulla tassazione), penso che questo molto spesso derivi da un senso di insicurezza e quelle persone sentono che non saranno mai prese sul serio e che le loro idee non saranno mai prese sul serio, a meno che non riescano a mimare il particolare gergo e il particolare stile dei loro colleghi. È solo un’ipotesi.

3. SAGGI ARGOMENTATIVI

La scrittura di un saggio, letterario o meno, è spesso argomentativa: un saggio deve contenere una tesi e delle argomentazioni appropriate per suffragarla. La persona che lo scrive deve essere in grado di convincere chi legge della validità della propria tesi e, cosa non scontata, evitare di annoiarlo a morte. Wallace in breve, delinea quali siano a suo parere gli aspetti fondamentali nella costruzione di un saggio:
G: Insegni anche come scrivere un saggio argomentativo? 
W: L’ho fatto. Intendi come nelle composizioni del primo anno “ecco le parti del discorso”? Soprattutto ora, se non insegno direttamente scrittura creativa o composizione, insegno letteratura. E molti saggi di letteratura sono argomentativi, cosa che sconvolge molti studenti. Ma ciò per cui stai cercando di argomentare è qualcosa che devi creare, cioè una lettura interessante di qualcosa.

G: Parliamo dei saggi argomentativi. Hai un’opinione su come uno scrittore debba creare una buona introduzione, un buon svolgimento e una buona conclusione?
 
W: Una buona introduzione, innanzitutto e soprattutto, evita di essere repellente. Giusto? Quindi è interessante e coinvolgente. Espone le argomentazioni e, secondo me, dovrebbe anche spiegare quale sia la posta in gioco. Non solo “io ho ragione”, ma in ogni saggio c’è un’argomentazione terziaria: perché dovresti passare il tuo tempo a leggere questo? “Dunque ecco perché la seguente tesi risulta essere importante, utile, pratica”. Penso che se si faccia con destrezza, si potrebbe, in un’introduzione di un solo paragrafo, accattivarsi il lettore, affermare gli argomenti della propria tesi e affermare le motivazioni alla base di questa. Penso che molti degli ottimi saggi argomentativi che ho letto potrebbero essere riassunti nell’introduzione.
G: Cosa fai nella parte centrale di un saggio argomentativo?

W: Insomma, stai dividendo il saggio argomentativo nei tre atti di una tragedia. Poiché io sono restio all’idea che sia possibile dividerlo in tre parti, tuttavia…

G: Pensi che molti saggi abbiano, in termini aristotelici, un principio, uno svolgimento e un epilogo?

W: Penso che, come la maggior parte di ciò che riguarda la scrittura, la risposta si trovi in un continuum. Penso che la domanda interessante sia: quanta violenza fai ad uno scritto se lo riprendi in una struttura di tre atti… o tre parti?

G: Direi che lo svolgimento è il più grande rompicapo. Dire: “Okay, questo è quello che fai nella parte centrale del saggio”. Penso che la tua definizione di introduzione sia eccellente. E la conclusione? L’epilogo? Cosa tenti di fare? Cosa sono le conclusioni nei tuoi saggi?

W: Lo svolgimento dovrebbe funzionare. Dispone gli argomenti della tesi per gradi, non in maniera robotica, ma in modo che il lettore possa dire (a) quali sono i diversi passaggi o le premesse della tesi e (b), questo è più complicato, come sono connessi fra loro. Per questo, quando insegno nei corsi di composizione, spendo una sproporzionata quantità di tempo a insegnare ai miei studenti come usare i connettivi, persino i più semplici come tuttavia einoltre, fra le frasi. Poiché credere che il lettore possa in qualche modo leggere nelle loro menti equivale in parte all’incapacità nel vedere che in realtà il lettore ha bisogno di aiuto per comprendere come due periodi – o due paragrafi – sono connessi fra loro.

Sto pensando ai saggi argomentativi che preferisco di più, e data la situazione, l’unico che mi salta in mente è il saggio di Orwell, La Politica e la Lingua Inglese. Se osservi come è assemblato, c’è un connettivo in quasi ogni singolo paragrafo. Come “Inoltre, non solo questo insulto è comune, ma è anche nocivo in questo senso”. Sai quando sta enunciando la sue argomentazioni, ma non hai mai la sensazione che stia spuntando le voci da un elenco; è parte di un’unità organica. Direi che se fossi uno scrittore di saggi argomentativi, scriverei la prima bozza concentrandomi solo sulla dannata tesi, buttandola giù come in un elenco, e solo dopo con la scrittura vera e propria la intreccerei e creerei le connessioni tra un’argomentazione e l’altra – e, probabilmente, non dimenticando mai l’introduzione, non facendo mai dimenticare al lettore qual è la posta in gioco. Non bisogna mai dare al lettore la sensazione che ci si sia lasciati andare nell’argomentazione per il puro piacere di argomentare, ma che c’è sempre un più grande e prioritario obbiettivo.


Ancora su David Foster Wallace: 
Questa è l'acqua, il discorso sul senso della vita al Kenyon College,
La recensione di Infinite Jest che Dave Eggers non vuole che leggiate,
Brevi discorsi sulla violenza con gli uomini schifosi e
Le regole dei corsi di scrittura del professor David Foster Wallace.

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