Quantcast
Google+

martedì 8 aprile 2014

"Noam Chomsky: Sapere e Potere". Sul ruolo dell' intellettuale.


"La guerra è la salute dello Stato", scriveva Randolph Bourne in un celebre saggio proprio mentre l'America interveniva nella Prima Guerra Mondiale:
Essa mette automaticamente in moto nella società  quelle forze irresistibili che spingono verso l'uniformità e all'entusiastica cooperazione con il Governo per costringere all'obbedienza i gruppi di minoranza e gli individui a cui manca l'istinto del gregge. 
[...] Altri valori, quali creazione artistica, la conoscenza, la ragione, la bellezza, la promozione della vita, sono immediatamente e quasi unanimente sacrificati, e le classi importanti, autoproclamatesi dilettanti agenti dello Stato, non soltanto sono pronte a sacrificare questi valori, ma costringono allo stesso sacrificio tutti gli altri

Noam Chomsky è celebre per molte cose, dalla sua attività accademica al MIT di Boston ai saggi politici e ai discorsi che ha tenuto in giro per l'America fin dagli anni Sessanta. Perché la sua voce è una voce stimata e autorevole.
In Italia è da poco uscita un'antologia dei saggi politici di Chomsky intitolata "I padroni dell'umanità. Saggi politici (1970-2013) " (Ponte Alle Grazie), che raccoglie alcuni tra i principali interventi dell'intellettuale statunitense. Sapere e Potere. Gli intellettuali e il Welfare-Warfare State, è il primo di essi.

Qui Chomsky esamina il rapporto tra gli intellettuali e il Governo, tra sapere e potere. Richiamando ancora in causa Bourne:

Questi intellettuali "sono tutti schierati al servizio della tecnica guerresca. Sembra che fra la guerra e queste persone si sia stabilita una particolare affinità. E' come se la guerra e questi signori si stessero cercando da sempre."

Guerra che fu responsabile, secondo Chomsky, della definitiva uscita degli Stati Uniti dal clima da Grande Depressione economica, risollevando l'economia a livelli mai visti prima. Da lì, le spese per la difesa diventarono una voce in costante crescita del bilancio statale americano. La guerra era diventato un business molto appetibile.

Il ruolo del tecno-intellettuale o del tecnocrate in senso stretto divenne fondamentale con la crescita di complessità di armamenti, dell' organizzazione e della gestione dei conflitti. Inoltre lo sviluppo della teoria organizzativa e delle scienze sociali aveva creato tutta una serie di persone desiderose di "gestire", di organizzare, di studiare l'esperienza della guerra in senso sociale e scientifico. La tecnocrazia stava rapidamente prendendo piede anche in altri rami della società e del governo, che richiedevano competenze sempre più specialistiche e focalizzate. Economisti, Fisici (vedi NASA), psicologi, sociologi, teorici dell'organizzazione, ingegneri legati al settore della difesa, furono rapidamente assorbiti nel sistema economico post Seconda guerra mondiale.

" Si punta a un' "ordinata produzione di beni d'uso sotto la guida di specialisti tecnico-economici" all'interno di quella che viene definita la "società tecnotronica postindustriale": una società in cui "la preminenza plutocratica deve assoggettarsi alla dura sfida che le viene opposta dalla leadership politica, a sua volta sempre più permeata da individui dotati di particolare abilità e di talento intellettuale"; una società in cui la "cultura diventa uno strumento di potere, e una efficiente mobilitazione di talenti diventa un mezzo importante per l'acquisizione del potere stesso"".

La funzione dell'intellettuale in questo sistema è quello di assicurare che questo meccanismo funzioni, fornendo le prove, le basi e la validazione ideologica del comportamento del governo. Rafforzando lo status quo dagli attacchi dell'opinione pubblica con la sua voce autorevole. Egli è quindi indispensabile al potere in quanto strumento e da questo può ricevere facilmente l'onore, la gloria ed il riconoscimento a cui aspira.
L'intellettuale quindi si trova in mezzo a due istanze, due esigenze contrapposte:

"Da sempre l'intellettuale è preso tra due istanze in conflitto tra loro: la verità e il potere. All'intellettuale piace immaginarsi come colui che va alla ricerca della verità, che prova a dire la verità così come la vede, che tenta di agire - collettivamente  quando può, da solo quando deve - per opporsi all'ingiustizia e all'oppressione, e che vuole partecipare ad un ordine sociale migliore. Se sceglie questa strada, deve mettere in conto che diventerà un essere solitario, ignorato o vituperato. Se invece mette le sue doti al servizio del potere, può ottenere prestigio o ricchezza."

Un ruolo che lo stesso Chomsky si era trovato a dover scegliere. Quindi qual è il ruolo dell'intellettuale? 

"Il ruolo degli intellettuali e dei militanti radicali deve essere dunque quello di valutare e soppesare, di provare a persuadere, di organizzare, ma non quello di prendere il potere e governare".

Ed ancora, proponendo una soluzione che tutti, che ci sentiamo intellettuali o no, dovremmo seguire:

Le occasioni per gli intellettuali di partecipare a un movimento di autentico cambiamento sociale sono numerose, e sicuramente i principi cardine sono evidenti. Devono essere disposti a osservare i fatti e non a costruirsi delle comode fantasie. Devono essere disposti ad intraprendere il difficile lavoro intellettuale necessario per contribuire davvero al sapere. Devono evitare la tentazione di aderire a un elitè repressiva e aiutare a costruire quella politica delle masse che contrasterà - e infine controllerà e sostituirà - le spinte alla centralizzazione e all'autoritarismo, che sono ben radicati ma non ineluttabili. Devono essere pronti a fare i conti con la repressione e ad agire in difesa dei valori che professano. [..] 
[..] Possiamo creare il futuro invece di limitarci a osservare il corso degli eventi. Data la posta in gioco, sarebbe criminale farsi sfuggire l'occasione.


Nessun commento:

Posta un commento