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mercoledì 2 aprile 2014

Il quadro di Jack Kerouac e Franco Angeli

Franco Angeli Jack Kerouac

Al ritorno dal suo viaggio in Italia nel 1966, Jack Kerouac scrisse al suo agente Sterling Lord che, «a parte la visita in Vaticano, l'aver cantato alla meno peggio in un night-club romano e aver dipinto una Pietà con l'artista italiano Franco Angeli nel suo studio», il viaggio appena concluso era stato del tutto privo di senso.
Le vicende che portarono i due, sconosciuti l'uno all'altro, ad incontrarsi e dipingere assieme hanno del romanzesco.

"Un giorno, passando per via del Babuino, Franco Angeli vide una specie di sacco buttato sul marciapiede davanti al Bar Taddei. 

Si chinò. L’uomo ai suoi piedi era ubriaco fradicio e aveva la faccia pesta. Qualcuno, là dentro, doveva averlo scazzottato e buttato in strada. Senza dire niente, sollevò il malcapitato, lo portò nel proprio studio di via Oslavia e lasciò che lo sconosciuto vi smaltisse sbronza e botte. Lui, come se niente fosse, riprese a lavorare a una sua grande tela di tre metri per due.
Era un quadro a tema religioso. Lo stava dipingendo dopo avere scoperto (anche lui) nella chiesa di Santa Maria del Popolo la potenza espressiva e scenografica di Caravaggio. Lo aveva intitolato «La deposizione di Cristo» e raffigurava il Salvatore con le braccia abbandonate lungo il corpo, sorretto dalla Vergine e da san Giovanni Evangelista. Sulla sinistra era collocata la Veronica e in primo piano si scorgeva una madre che stringe a sé il proprio figlio.

Angeli dipingeva il quadro con colori opachi e seppiati, l’unica nota accesa proveniva dal copricapo di Maria. Le figure erano approssimative, l’atmosfera desolata. Secondo gli studiosi, lo stile così essenziale e così lontano dalla precisione realistica avrebbe richiamato l’Art Brut. Anzi, a loro giudizio, «La deposizione di Cristo» sarebbe stato l’ultima espressione di Art Brut. Angeli era dunque impegnato a terminare la sua opera così lontana dagli «Half Dollar», dalle marce pacifiste, dalle falci e martello contrapposte alle svastiche che fino ad allora avevano segnato il suo percorso artistico, quando vide arrivare accanto a sé lo sconosciuto. Senza dire una parola, l’uomo prese un pennello e cominciò a dipingere fianco a fianco con il padrone di casa. Per niente turbato, Angeli lo lasciò fare continuando a non dirgli neppure una parola.
I due completarono il quadro in silenzio e, sempre in silenzio, lo firmarono sull’angolo basso a destra. La prima firma fu di Angeli, la seconda di Kerouac. Soltanto in quel momento il pittore capì che l’ubriacone raccattato in via Oslavia era lo scrittore di cui parlava tutta Roma. A quel punto i due voltarono il quadro e, a mo’ di autentica, scrissero sul retro della tela la frase: «Dipinto nel 1966 da Kerouac e da Franco Angeli in via Oslavia 41 a Roma».
Il quadro fu acquistato dall’attore Gian Maria Volonté e per molti anni, prima di riapparire magicamente in una mostra ai Mercati Traianei di Roma, scomparve dalla circolazione. "

Fu poi ritrovato da Carlo Ripa di Meana, mentre allestiva una mostra sulla fotografia di Franco Angeli, nella casa di Armenia Balducci (ex moglie di Volontè).

da un articolo di Osvaldo Guerrieri de La Stampa

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