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venerdì 14 marzo 2014

Recensione: Linda Perhacs - Parallelograms


Linda Perhacs
Parallelograms
Kappa Records; 1970



8,0





Linda Perhacs: Parallelograms (1970), Kappa Records.
La Storia dimentica e ricorda in maniera bizzarra, confina nell'oblio e poi riesuma, con tutti gli onori dovuti, capolavori dimenticati. Di casi simili se ne vedono in vari ambiti, ma a noi basti citare Nick Drake e Vashti Bunyan (Just Another Diamond Day) come epitomi: storie ingiuste, drammatiche o meno, che fanno pensare a come il Tempo sembri indifferente alle nostre preoccupazioni, sogni e speranze. Linda Perhacs, in questo senso, è una di noi.
Il disco in questione è Parallelograms (1970, Kappa Records), stampato e dimenticato con la stessa velocità, destinato poi negli anni successivi a diventare una vera e propria rarità, ricercata, amata e idolatrata, da fan anche famosi (Devendra Banhart in primis), nonchè oggetto succulento di asta su Ebay.

Figlia dell'America degli anni Sessanta, Linda Perhacs, cresce nella Mill Valley a nord di San Francisco, immersa in un ambiente solitario ed incontaminato, dominato dalle magiche foreste di Sequoia californiane. In quel contesto, sviluppa una fortissima sensibilità introspettiva, caratterizzata da elementi che potremmo definire banalmente Hippie o New Age, ma che derivano invece da esperienze personalissime, slegate in parte dalle condizioni storiche di quel periodo. Lei stessa dice di non aver mai fatto uso di droghe in quegli anni, ma di aver naturalmente sviluppato un certo tipo di ricettività:

"I’m deeply intuitive, I see and hear things the average person might not experience.” (dal sito dell'artista)

Questo ci consente di dipingere un quadro bucolico animato da un personaggio parzialmente ignaro del proprio talento, e proprio per questo, assolutamente cristallino. Talento dovuto principalmente ad una forte Sinestesia:

"I first got involved with music at a very early age. It seems that I always had some song that I was making up in my mind and could see colors in music and words! I always thought everyone could see this, but it became clear that not everyone could! Later in life, I found that this had a name, Synestesia!"
(da It's Psychedelic Baby Magazine)

Aveva quindi vissuto marginalmente i fermenti che attraversavano quegli anni, ma si trovò immediatamente a suo agio con persone che, a sua detta, erano in grado di "percepire le energie" e che "avevano una comprensione profonda della vita".

La svolta arriva alla fine degli anni Sessanta, quando, nello studio di Beverly Hills dove svolge la professione di igienista dentale, conosce il compositore premio Oscar Leonard Rosenman, il quale, dopo un breve ascolto di alcuni demo, le propone istantaneamente di collaborare. Nove mesi frenetici danno alla luce questa gemma preziosa, misurata nella produzione, che alterna pezzi più convenzionali a "sculture musicali visive" e tridimensionali come la title track Parallelograms. L'intento in fase di produzione era stato proprio quello di creare suoni su più livelli, con diverse altezze e volumi,  tenendo bene in mente l'armonia della composizione complessiva. Ad una musica che si fa espressione totale dell'anima dell'artista, che si fa lingua universale e atemporale per raccontare la Bellezza e l'Equilibrio del Cosmo.

Le prime delusioni, però, arrivano già in fase di stampa dell'album su supporto fisico. La profondità sonora, le volute ricercatezze tridimensionali e la qualità aulica e trascendente dell'atmosfera così creata, sono eliminate, volgarizzate da una cattiva masterizzazione, tanto che la Perhacs stessa dirà: "I couldn't bear more than one listening. I threw my copies in the thrash and tried to forget". L'assenza di promozione e  d'interesse verso di lei da parte della casa discografica fanno il resto: Linda ritorna nel suo isolamento bucolico e abbandona ogni velleità musicale, consolandosi di tanto in tanto con i mixtape originali del suo disco, gli unici in grado di far risuonare i suoi intenti e le sue ambizioni.

L'oblio dura trent'anni, fino a quando Mike Piper della Wild Places, dopo estenuanti ricerche, la trova e le chiede quei famosi mixtape, necessari ad una ristampa di qualità. Così Linda scopre che il suo unico album è diventato, nel frattempo, una rarità venduta a centinaia di dollari sul web e che un'eventuale riedizione farebbe la felicità di molti dei suoi fan. Fan che non sapeva di avere, fan vecchi, ma soprattutto fan nuovi (Julia Holter, Ramona Gonzalez, Devendra Banhart, Daft Punk, Opeth, Vetiver, Joanna Newsom, tra gli altri). Molti di loro la incoraggiano e la spingono a riprendere la sua carriera lì dove anni prima si era arenata. Il resto è storia, con un nuovo disco appena uscito: "The Soul Of All Natural Things", per la Asthmatic Kitty, etichetta di Sufjan Stevens.

Parallelograms è un album particolare, privo esteriormente di pretese, che sembra quasi capitato per caso. Ed è forse questo il motivo del suo successo: una schiettezza originale che parla al cuore, che suggerisce cammini immaginari dello spirito, una sensibilità universale che irretisce e comunica mondi alternativi con la rappresentazione in essenza di un modo d'essere. Perchè Parallelograms è Linda Perhacs
Il disco si apre con Chimacum Rain, ballata mistica e surreale, che prende le mosse da un periodo trascorso nello stato di Washington, nell'Olympic Peninsula, tra foreste vergini incontaminate e lunghe passeggiate nella pioggia, fatte di lunghi silenzi che ti entrano dentro, ti avvolgono e dilatano ogni cosa, nel tempo e nello spazio, inducendo meditazioni spontanee e naturali.
L'atmosfera ritorna terrestre con Paper Mountain Man, che narra la fine di un amore immeritato come strumento necessario di ascesa spirituale, mentre evolve in un dolce sogno con Dolphin, ninnananna nostalgica, e con Call of the River, sulla stessa falsariga della prima traccia, canti della natura, dei boschi e del mare, emissari di spiriti ancestrali, che cantano l'amore e la luce.
Sandy Toes ci traghetta in leggerezza verso la traccia centrale del disco che è l'omonima Parallelograms, dove la sperimentazione e la costruzione quasi palpabile di un' architettura sonora, la "composizione", è immediatamente percepibile. La Perhacs stessa dirà che questo pezzo nacque da una forte visione associata alla sua Sinestesia, in cui vide e visualizzò la canzone come una scultura in movimento, un insieme visivo di suoni interattivi tra loro, parti di un' unica struttura.
Hey, Who Really Cares fu probabilmente la canzone tra tutte che ebbe più successo perchè fu utilizzata come tema principale dello sceneggiato tv Matt Lincoln, che andò in onda per tre anni circa. Un pezzo nostalgico nello stile dell'album. Album che dolcemente digrada in ambientazioni mistiche e stranianti, flauti e dolci melodie dai timbri sopranili che richiamano vagamente le prime Joan Baez e Joni Mitchell, e che cantano di amori ideali e sogni svaniti.

Concludendo verrebbe da chiedersi se il Tempo infine abbia reso giustizia a quest'artista dimenticata, se il tributo resole sia sufficiente e quale sia poi un giusto tributo da rendere a questo disco tristemente obliato. Una frase fatta potrebbe aiutarci: "Chi vivrà, vedrà".



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